Il 9 marzo uscirà il suo primo libro, Le fate del Travancore, in doppio formato: e-book per Panesi Edizioni e cartaceo per Edizioni dell’Eremo. Un viaggio spirituale nel Kerala indiano, tra i suoi paesi e i suoi abitanti. Oggi ve lo presentiamo: ecco l’intervista a Nicola Tenani.

Chi è Nicola Tenani?

Sono io! Sono ciò che in me vedete: padre, marito, narratore, viaggiatore, fotografo, perditempo, orgoglioso, generoso, permaloso, allegro, silente… Ognuno trova in me Nicola Tenani. Credo di essere ciò che tutti nell’insieme vedono in me; spero di essere integro e mostrare sempre il lato migliore di me, quando non mi riesce datemi un’ulteriore chance. Poi sono evoluzione costante, ciò che ero ieri, per fortuna non lo sono oggi e spero non lo sarò domani.

Come nasce l’amore per la terra indiana e il suo popolo?

Come tante altre cose, per caso, o forse nel tempo ho capito che sarebbe stato invece meglio identificarlo come destino. Mi piace sempre pensare alle foglie di palma del destino del tempio di Vaithiswarankhoil nella città di Tanjavur, in Tamil Nadu. All’interno della biblioteca Mahal Saravasti, in un immenso archivio, sono raccolte migliaia di foglie di palma (i naadi shastra) ove sono scritti i destini di tutti nei secoli. Il destino mi ha portato a conoscere mia moglie che già in adolescenza, durante il suo percorso spirituale, aveva approfondito tematiche legate all’induismo e alla filosofia vedica tramite la conoscenza della Bhagavadgītā, il Canto epico del Divino Signore, la scoperta del grande maestro Paramahansa Yogananda e della sua filosofia yogica anche legata al Vangelo come rivelazione dell’avatara Cristo, per poi, dopo la nascita di nostra figlia, abbracciare (dopo molti anni di danza contemporanea) lo studio e la cultura dravida con la danza classica, forse più maestosa e difficile non solo d’India, del Bharatanatyam. In quel periodo adottavamo a distanza un bambino keralita, quindi sviluppavamo la conoscenza della cultura dravida (India del sud differente, in molti aspetti, da quella ariana del nord), nel 2013 volavamo in Kerala per incontrarlo assieme all’Associazione non governativa che lo accoglieva. Un modo di dare un senso più profondo al viaggio. Nel 2014 poi la decisione di vivere per un lungo periodo in Kerala assieme a nostra figlia Isabel, per “staccare” dall’Occidente, vivere gettando nuove basi, spezzando catene che ora sono molto meno tenaci, approfondendo ulteriormente l’amore per l’India del sud, viaggiando sino al nord, trascorrendo molti mesi come volontari in quell’Associazione. Un vero progetto di famiglia, una scommessa vinta contro la diffidenza anche di chi ci viveva accanto.

Quando e come hai deciso che la tua esperienza dovesse essere raccontata?

Ho maturato questa scelta durante i lunghi mesi di “metabolizzazione” esistenziale al ritorno dall’India, nel gennaio 2015. In quel periodo iniziava per me una lunga cassa-integrazione, il successivo licenziamento, il lento ma costante richiamo del Kerala nel sottocute, nei sogni, nelle mancanze, nella lontananza. Così scrivere è diventato un processo catartico, ho trascorso molte ore chino sul laptop rincorrendo il fiume di parole che nascevano in me tra ricordi e malinconie. Nei miei libri non troverete una narrazione autobiografica diretta, ma tutte le sensazioni che incrocerete sono il frutto di contemplazioni personali sul posto, empatie, euritmie con una Natura che mi seduce sempre, sin dal primo arrivo in aeroporto, e che mai si sopisce. Così vale per le persone che amiamo, i luoghi, la spiritualità, le armonie culturali, le danze, la cultura. Posso osare nel dire che il Kerala è la nostra seconda casa? Concedetemolo, io so il motivo…

Chi sono le “fate del Travancore”?

Sono donne, donne vere e in carne e ossa. In pieno contrasto con la narrativa moderna che vede spesso eroine della fantasia (fate, elfe, streghe, creature fantastiche, silfidi), ho voluto donare il nome di “fata” a donne che di magico hanno la forza interiore di vivere nonostante tutto, nonostante un marito violento, nonostante la miseria, nonostante la cultura mondiale che spesso le vuole relegate al ruolo di subordinate al genere maschile. Eppure nella loro dignità, nei loro sorrisi, nella loro voglia di vivere sono fate, hanno il potere della magia, anche perché quasi sempre madri. Cosa c’è di più magico del dono della vita? In quale romanzo fantasy avete mai incontrato chi avesse una pozione per donare la vita, partorire, crescere in condizioni a volte tremende un figlio, una figlia? Eppure le mie fate non si arrendono; ricordo quante di esse ci ospitavano per un chai, un po’ di frutta, una chiacchierata senza preconcetti all’interno di case fatiscenti, umide, buie. Eppure mai nessuna di esse la incontrerete disfatta, piegata, umiliata nello sguardo e nel corpo, adornato dai bellissimi saree multicolori, dai lunghi capelli oliati e decorati da gelsomini profumati. Queste sono o non sono fate? Il Travancore ne delimita una zona geografica che possiamo identificare nel sud del Kerala sino ad alcuni distretti del confinante Tamil Nadu; era un antico regno terminato nella gloria, in parte nella leggenda che ne unifica tuttora il popolo, dopo l’Indipendenza indiana.

Come nascono le storie che tu narri?

In questo libro, delle tre storie, solo la seconda è di pura fantasia, seppur plausibile: la storia della ragazzina danzatrice di Mohiniyattam, danza keralita inserita tra le sette (alcuni parlano di otto) danze classiche di tutta l’India. Le altre due storie invece sono incontri veri, osservazioni e storie che ho raccolto nel mio cuore e che ho voluto romanzare, però in comune hanno tutte quante l’happy end, per un motivo. Ho voluto ancora una volta entrare in contrasto, adoro pungere la società, con la stampa globale che racconta della donna indiana solamente in casi di violenza, marginalmente invece in altri contesti. Siamo sinceri: incontriamo con maggior frequenza articoli che riguardano stupri (spesso concentrati per motivi culturali in alcuni stati dell’India del nord) oppure conoscete alla perfezione, grazie alla stampa nazionale, le bellissime lotte di donne come Vandana Shiva, lotte nei campi accanto a donne contadine contro i colossi delle multinazionali dei semi e dei concimi, oppure le stupende poesie d’amore di Mīrābāī o di altre donne forgiate nella sofferenza, nell’arte, nel coraggio?

Nell’introduzione a Le fate del Travancore ci annunci che questa è solo la prima di tre raccolte che hai in programma.

Confermo tutto! Ho voluto suddividere il Kerala così com’era prima dell’Indipendenza, nelle sue tre zone elettive che sono il regno di Travancore, il Kochi, il Malabar. Ho troppi ricordi e storie dentro per limitarmi ad un unico libro. Già Le fate del Malabar è scritto e quasi corretto, per Le fate del Kochi ho scritto un racconto molto bello e intenso (vi annuncio si tratterà di una donna raccoglitrice di tè in una piantagione, morsa da un cobra durante il raccolto, ma che, durante la sua lotta contro la morte, incontrerà persone e situazioni che le doneranno una grande fiducia nel prossimo. Però la narrazione si concentra anche sull’istinto e la contingenza del cobra, quindi due focali diverse che s’incontrano in una tragedia). Quindi sì, per me il Kerala nelle sue zone ha molte altre storie, perciò non finisce qui.

Tornerai in India?

Questa è una domanda che mi imbarazza perché, abbastanza segretamente, stiamo ricompattando il progetto famiglia del 2015 in un nuovo progetto che ci vedrà in Kerala ancora per un lungo periodo. Alberto Moravia scriveva che “l’India ha cento porte per entrare ma nessuna per uscirne“, in questo mi sento molto affine al Maestro. È un sentimento che s’instaura subito, un coup de foudre che o nasce immediato o sarà destinato a essere amore che mai sboccerà. Vale per tutti: l’India o la ami come una Madre oppure la fuggi, cercate di capirla ma mai fate che sia odio…

Cosa ti aspetti dalla pubblicazione delle tue storie?

Con questa domanda entri nei miei desideri reconditi, e mi imbarazzi! La situazione editoriale è tra le peggiori degli ultimi decenni, però nel mio profondo spero che la scrittura, la mia scrittura nel suo processo di evoluzione, continuando con caparbietà a raccontare storie intrise soprattutto di quegli odori, di quei landscape, di quelle persone, delle loro vite, possa supportarmi in futuro nelle scelte che effettueremo come famiglia. Chiedo al mio futuro una vita semplice, senza eccessi ma con la possibilità di continuare ad avere il tempo per viaggiare, ascoltare, capire, studiare, narrare. Vorrei divenire parte di quel piccolo club che nel suo viaggio, nella propria esperienza, fonda i sogni altrui, dandovi la possibilità di affrontare le vostre letture come i vostri viaggi in una dimensione più profonda. Vorrei capire e farvi capire che scrivere gli atti di questo progetto e processo interiore aiuta me come spero aiuti voi. Namaskar: immaginatemi mentre vi pronuncio un profondo inchino a mani giunte sul petto in uno dei saluti tipici dell’India che nella sua umiltà trova la sua grandezza. Onoro la divinità che risiede in te…

Namaskar Nicola!

Intervista a cura di Annalisa Panesi

Nicola Tenani, con l’India nel cuore e nei suoi racconti
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