Esce il 24 giugno il primo romanzo di Erika Zerbini, scrittrice ligure già conosciuta ai suoi lettori per la sua attività di cura e attenzione verso la maternità e il lutto perinatale.

Con Nessuno al posto tuo, Erika dà una svolta alla sua produzione letteraria e ci parla di un altro tema molto delicato: la violenza all’interno delle mura domestiche.

Nessuno al posto tuo
Erika Zerbini

Gioia è una giovane donna, vittima inconsapevole di una relazione violenta, finché la nascita di suo figlio le apre gli occhi: non più solo responsabile di se stessa, si costringe a guardare la realtà da una prospettiva differente, prendendo consapevolezza della gravità di ciò che, solo poco tempo prima, era per lei normalità. Gioia si trova a dover rispondere a domande inevitabili. Cos’è una famiglia? Fino a che punto ha senso scendere a compromessi e sacrificarsi, pur di tenerla unita? Possono l’infelicità, la paura e la violenza essere il prezzo da pagare per dirsi famiglia? Se scegliesse di salvarsi, quali sarebbero le conseguenze? Cosa sarebbe condannato a subire suo figlio? Quello di Gioia è un arduo percorso di crescita, verso la valorizzazione di sé e del suo potenziale, come persona, come donna e come madre.

Abbiamo posto ad Erika qualche domanda, per farvela conoscere meglio e per entrare appieno dentro al suo libro.

Chi è Erika, donna, madre, scrittrice?
Sono una persona in ricerca… lo sono da sempre. Cerco continuamente di mantenermi in equilibrio fra l’idea di me e me, fra ciò che gli altri si aspettano da me e ciò che sono veramente in grado di sostenere, fra i miei desideri e l’effettiva capacità di realizzarli. In realtà non so bene chi sono: più mi scopro e più comprendo che, dietro ogni dettaglio emerso, si cela un mondo ancora da esplorare. Sono curiosa di scoprire chi mi rivelerò, alla fine. Sicuramente donna, madre e scrittrice: sono tutte e tre le cose, sempre e in egual misura.

Cos’è per te la scrittura?
La scrittura sono io… Non so pensare senza scrivere. Ho cominciato da molto piccola a tenere diari in cui annotavo i miei pensieri, le emozioni e le mie esperienze. Scrivevo e scrivevo finché non riuscivo a delineare la perfetta immagine della mia verità, come farebbe un pittore sulla sua tela. Cercavo le parole, parole precise, come il pittore cerca le sfumature perfette. Quando finalmente le parole descrivevano precisamente i miei pensieri, allora il quadro mi si palesava davanti agli occhi e capivo. Capivo da dove venivo, dov’ero e dove sarei voluta andare. Tutt’oggi è così. Ci sono situazioni in cui letteralmente mi tremano le mani: devo scrivere, perché senza scrivere mi sarebbe impossibile capire dove sono e dove devo andare.

Come nasce Nessuno al posto tuo?
Nessuno al posto tuo nasce da un momento di mani piuttosto tremanti: dovevo raccontare questa storia. Ci ho provato moltissime volte, senza riuscire a trovare mai le parole giuste. Finché ho deciso di affidarla a Gioia: lei raccontava e io scrivevo. Gioia ha avuto molto coraggio e con grande sincerità si è messa a nudo, senza paura di essere giudicata. Devo dire che anche io sono stata brava: non l’ho mai interrotta, mai guardata di traverso, mai mi sono permessa una qualunque smorfia. Ho solo riportato le sue parole. Le storie come questa non si raccontano facilmente perché il giudizio le ricaccia in gola. Io lo so bene perché vengo da una storia simile… Eppure chi vive queste esperienze ha tanto bisogno di raccontarle, perché fino a quando non le esprime, non sembrano vere. Tutti noi dovremmo fermarci e ascoltare semplicemente, perché negare questi racconti è negare una realtà fin troppo diffusa.

Affronti temi importanti in questo tuo nuovo libro. Quali?
Il tema centrale del romanzo è la violenza in famiglia. Una violenza agita prima sulla donna e poi dilagata ovviamente anche sul figlio della coppia. I fatti di cronaca ci raccontano quotidianamente di donne uccise, figli uccisi insieme a loro o gravemente maltrattati. Tuttavia ciò rappresenta solo la punta di un iceberg: la violenza è nel nostro ordinario agire, comunicare, relazionarci, nella nostra cultura. La violenza è spesso molto meno eclatante, eppure c’è e miete vittime. Potremmo definire questo romanzo come un racconto di ordinari soprusi in famiglia. Nessuno resta ucciso, né gravemente leso, così come nella stragrande maggioranza dei casi accade. Casi che restano sommersi e irrisolvibili, a meno che la vittima non decida di provare a salvarsi denunciando. Gioia ci prova: ha capito che nessuno la salverà al posto suo.
Un altro aspetto importante affrontato in queste pagine è la gestione dei figli: come ci si comporta coi figli che assistono agli abusi? Nella nostra cultura vige l’abitudine di negare e sminuire: mai parlar male dell’altro genitore. A maggior ragione in questo periodo in cui Pillon ci minaccia di portarci in Tribunale, accusati di “alienazione parentale” (una sindrome che non esiste, infatti non è riportata nemmeno sul Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e di toglierci i figli se ci permettiamo di ascoltarli e provare a difenderli dalla violenza dell’altro genitore. Nonostante si stia cercando di far passare il messaggio opposto, dire ai figli la verità, dare loro la definizione corretta alla realtà, ascoltarli e non lasciarli soli nella fatica di una famiglia aggressiva, non è certo parlare male dell’altro genitore. Se un genitore non vuole essere definito violento o pericoloso, non deve essere né violento né pericoloso: è molto semplice. La deriva che sta assumendo il sacrosanto diritto dei minori ad avere garantite le cure di entrambi i genitori, ci sta portando a considerare i minori dei minorati, pertanto incapaci di riconoscere la violenza, averne paura e desiderare di starle lontano; inoltre, chi fa il possibile per difenderli è giudicato criminale. In poche parole: si salva solo il violento. Ma come può una persona aggressiva accorgersi di essere in errore se la legge la tutela come se fosse proprio lei la vittima? I figli hanno bisogno di potersi fidare di noi: di noi come genitori e come adulti, quindi in quanto società capace di tutelarli davvero. Non ci pretendono perfetti: a loro bastiamo autentici, persino fallibili, insomma, umani. Gioia lo ha intuito e offre al figlio la sua verità. La verità a volte fa male, tuttavia è molto meno destabilizzante e confusiva di evidenti e innegabili bugie.

Gioia e Luciano. Chi sono e cosa rappresentano?
Gioia e Luciano sono una coppia qualunque. Loro sono i vicini di casa talvolta un po’ turbolenti; sono i clienti che passano inosservati, se non fosse per quello sguardo triste, spaesato e provato di lei e l’andatura non sempre stabile di lui; sono la coppia di amici che non si capisce da cosa siano tenuti insieme, lo sapranno loro… se lo sanno. In ogni caso non è affar di nessun altro, in fin dei conti sono adulti belli e fatti. Gioia e Luciano sono talmente frequenti e siamo talmente abituati ad ignorarli, che potrebbero essere chiunque. Io non ho nessuna vergogna ad ammettere che sono stata Gioia. Perché non ci deve essere alcuna vergogna a riconoscere che si è caduti nella trappola della violenza. Accade. Diciamolo quanto accade e come accade: facciamo rete, smettiamo di ignorare, facciamoci di supporto per gli altri.

Arrivati ad un certo punto, esiste solo una scelta, se lo scopo è salvarsi.
Devi fare tutto quel che puoi per raggiungere il tuo obiettivo.
Puoi farlo solo tu, nessuno lo farà al posto tuo.
Forse non ti salverai lo stesso, ma saprai di averci provato.
Lascerai questo in eredità: la certezza di quale fosse la meta.

Cos’è l’amore, nelle sue mille sfaccettature?
L’amore non è, l’amore si fa. Si fa insieme, un po’ ogni giorno. L’amore è affetto, rispetto, cura, piccoli gesti di gentilezza. È accettazione, attesa, fiducia. È riconoscere il proprio valore e il valore dell’altro, senza violarli. È anche tentativo e imperfezione: l’amore degli umani è umano.

Con quale spirito hai scritto questo libro? Cosa vuoi comunicare ai tuoi lettori?
Sarei felice se i lettori si avventurassero fra queste pagine senza mettersi nei panni di Gioia. Vorrei solo che la ascoltassero e dessero alla sua esperienza il valore che merita. Accade spesso che nei panni dell’altro non capiamo perché agisca come sta agendo, anziché comportarsi come faremmo noi: le soluzioni al problema sono così chiare, come fa a non vederle? Ciò accade per una ragione molto semplice: per quanto ci sforziamo di immedesimarci, nei panni dell’altro ci siamo ancora e sempre noi, con la nostra sensibilità, esperienza, principi e un punto di vista comunque esterno. Il mio obiettivo (molto audace) è di sensibilizzare verso un approccio diverso alle situazioni di violenza. Le vittime e i carnefici non hanno bisogno di essere giudicati e isolati: avrebbero bisogno di essere aiutati, le vittime a salvarsi, i carnefici a smettere di arrecare sofferenza. Come? Innanzitutto mettendoli nelle condizioni di potersi liberamente riconoscere in quanto tali. Le storie violente devono poter essere raccontate senza vergogna. Tutte le storie, non solo le più tragiche, poiché le storie più tragiche sono cominciate come le altre, solo in seguito sono terminate tragicamente e, se così non fosse, nessuno le avrebbe conosciute, così come non conosce tutte le altre. Credo che per riuscire ad arginare la violenza, occorra innanzitutto farla uscire allo scoperto, affinché la si possa identificare, in tutte le sue varianti, anche nelle forme più subdole poiché normalizzate e radicate.

Nessuno al posto tuo è disponibile sia in edizione digitale (Amazon, Kobo, e tantissime altri librerie online) sia in edizione cartacea (Amazon e sul nostro sito) a partire dal 24 giugno.

Per le librerie che volessero ordinare copie, abbiamo messo a disposizione questa pagina -> Vai.

“Nessuno al posto tuo”: possono l’infelicità, la paura e la violenza essere il prezzo da pagare per dirsi famiglia?

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