Roma. Estate 1994. Il Progresso Democratico, giornale del “Partito”, è alle prese con il costante calo di vendite, con l’incertezza legata al passaggio di proprietà al “Palazzinaro”, e soprattutto con il cambio di stagione politica dopo la sorprendente vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni generali del 27 e 28 marzo. È proprio in questi caldi mesi estivi e proprio al Progresso che Agata Salina, giovane aspirante giornalista, si ritrova a svolgere il suo stage professionale. Così può descrivere per noi, dall’interno, i movimenti e i sommovimenti di un mondo che, a partire da quei giorni, non sarà più lo stesso. Può tratteggiare, tra i meandri di una redazione e l’intreccio tra la sua vita privata e il suo lavoro, uno spaccato d’Italia in cui il particolare finisce per indicare il generale.

Ciò che Agata quasi inconsapevolmente racconta – a suo modo e dal suo punto di vista – è quello che un tempo si sarebbe definito un “passaggio epocale”. Per chi lo ha vissuto, e soprattutto per chi allora era nel pieno della giovinezza, il 1994 è stato davvero l’anno di una svolta. Non solo politica. Una svolta quasi esistenziale: con il crollo della Prima Repubblica l’Italia e gli italiani si trovano a navigare in un mare aperto e incognito, senza più l’approdo sicuro delle strutture partitiche e degli apparati ideologici che, con i loro pregi ed i loro difetti, avevano sorretto per quasi cinquant’anni il sistema istituzionale e sociale. Questa svolta, che pur affonda le sue radici in dinamiche già presenti nella società italiana degli anni Ottanta, coglie di sorpresa molti. In primis proprio quel mondo giornalistico in cui la protagonista si trova immersa e che mostra di aver smarrito da lunga pezza il senso della sua missione: osservare la realtà, descriverla e interpretarla a vantaggio dei lettori, che infatti fuggono delusi e disincantati.

Qualcosa si era mosso, e forse in maniera irreversibile, in quella che oggi viene chiamata – a volte non senza disprezzo – la “pancia” del Paese, ma né i partiti tradizionali né l’establishment culturale né i mezzi d’informazione avevano saputo cogliere questo movimento. Eppure c’era.

Prova ne è, in questo libro, ciò che accade al Progresso: i suoi uffici, le sue stanze, i suoi corridoi, i suoi ascensori e perfino i suoi sotterranei – ancorché fibrillati dal ripetitivo caos quotidiano delle notizie, dalla guerra senza quartiere che ogni giornalista muove contro l’altro per salire un gradino in più nella scala della carriera, dalla trama di gelosie, invidie, relazioni clandestine, dialoghi origliati, scazzi, baruffe e battibecchi – diventano alla fine l’icona di una staticità e di un immobilismo mentale che tutto inghiottono. Per il giornalismo sono malattie mortali. E la realtà si prende, inesorabile, la sua rivincita.

Accanto, anzi assieme a tutto ciò, quale parte integrante e sostanziale della storia, c’è Roccalago, la località vicino alla Capitale in cui la protagonista risiede nella stagione del suo stage. La casa ereditata dal nonno, fervente ed onesto militante della vecchia sinistra, diventa per Agata il punto di osservazione privilegiato di un degrado ambientale, edilizio, malavitoso, morale e financo acustico alimentato proprio dal primo sindaco di sinistra della cittadina. Un degrado che coinvolge tutto il sistema: partiti, istituzioni, svariati imprenditori, numerosi cittadini e chi più ne ha ne metta. È di fronte a questo tradimento di ideali e in questa cornice di dissolvimento che Agata muove i suoi passi, tra sete di giustizia, desiderio di vendetta e il vento tentatore della rassegnazione.

Gianteo Bordero

Lost in the desk: recensione a cura di Gianteo Bordero
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