Kymaera Edizioni crede fortemente nei giovani talenti, cuore pulsante del futuro editoriale italiano. E Sara Belotti è un giovane talento made in Italy. Classe ’93, bergamasca fin nel midollo, ve la presentiamo, certi che con la sua grinta e il suo M121 saprà conquistare anche voi!

Chi è Sara Belotti? Qual è il suo rapporto con la scrittura?
Una volta, in quarta superiore, il professore di religione ci propose un gioco. Ci fece sedere a cerchio, in modo che tutti potessero vedere tutti in viso e poi disse “Adesso sceglierò uno di voi, gli farò una domanda, lui risponderà il più sinceramente possibile e farà lo stesso con un altro compagno”. Le prime domande che uscirono furono piuttosto insulse. Eravamo tutti tesissimi e a disagio. Film preferito, libro preferito, colore, e cose cosí. Come se interessassero davvero a qualcuno. Poi la mia compagna di banco, la ragazza con cui trascorrevo la maggior parte del mio tempo a scuola, scelse me. “Come ti descriveresti?” …Ahia. Mi mandò nel pallone. “Posso non rispondere?”, chiesi al professore. “Chiaramente”, disse. “Ma non mi sembra una domanda troppo imbarazzante”. Quello che non aveva capito era che non mi stavo rifiutando perché mi vergognavo. Io mi stavo rifiutando perché non ne ero in grado. Spesso mi capitava di fermarmi ad analizzarmi, per provare a capire il perché di certi miei atteggiamenti. È un qualcosa che mi ha sempre divertita. Osservo chiunque mi passi accanto, sconosciuti e non. E dalle mie analisi avevo ottenuto soltanto risultati diametralmente opposti. Mandandomi ancora più in confusione. Ancora non ho capito chi sono, ma ora so parlare di me. Qualcosina di più di qualche anno fa, ecco. E ci riesco da quando ho scoperto che con quattro parole posso riassumere tutta la mia vita.
La prima: la musica. Vivo di musica. Vivo con la musica. Vivo per la musica. Cuffiette nelle orecchie per quando cammino e iPod collegato alla mia auto per quando guido. E se non posso farlo perché, che so, sono in compagnia o sto lavorando, canticchio qualcosa nella mia testa. Non riesco a fare nulla, se non ho la mia musica. Musica che si lega strettamente ai miei ricordi, raccontando la mia storia. Musica che mi rilassa, mi fa sbollire e mi carica. Ma soprattutto, musica che mi ispira, come è successo per M121.
La seconda: i viaggi. Non ho mai capito quale fosse il mio obiettivo nella vita prima di uscire dal piccolo paesino medievale nel quale sono cresciuta e vedere una realtà nuova. Ma quando, nell’estate dei miei 13 anni, ho preso il mio primo aereo e sono atterrata a Londra, sono stata colta dalla rivelazione. Io voglio vedere il mondo. Voglio volare, scoprire, assaggiare, studiare, imparare. E soprattutto, conservare tutti i miei ricordi e le mie emozioni in una fotografia, per poterli rivivere in eterno.
La terza: gli animali. Sono una parte importante della mia vita. Fratelli e sorelle che vivono con me, amici che incontro per strada, individui che, esattamente come me e tutti voi, meritano rispetto e hanno tutto il mio amore. Non ho mai sopportato chi ritiene gli animali “inferiori” a noi. Dovrebbero farsi un esamino di coscienza, secondo me. Ma non divaghiamo. Per questo mio amore, per questa mia considerazione e per il mio modo di pensare, sono spesso stata accusata di misantropia e, a volte, di follia. “Tu odi gli esseri umani. Tu non sai stare al mondo. Tu non capisci niente”. Dicano quello che vogliono. In quanto esseri umani, sanno soltanto giudicare e criticare. Di certo, non mi aiutano a cambiare idea.
E l’ultima. Ma non meno importante delle altre, ovviamente: la scrittura. Avevo quattro anni. Senza che nessuno mi insegnasse nulla, presi i cartoncini delle sillabe del mio fratellone e ho composto delle parole. Lui mi diceva “Fallo ancora, Sara!”. E poi copiava le mie parole sul suo quaderno. Stavo facendo i suoi compiti. Poi mi sono messa a leggere quelle parole. Mia madre credeva, ovviamente, che io le avessi imparate a memoria, sentendole ripetere da mio fratello. Ma io continuavo a formarne di nuove e a leggerle. Così mi prese e mi portò davanti al fustino del detersivo. “Questo non può averlo memorizzato”. E io lessi le avvertenze. Non riusciva a credere che fosse possibile. Avevo solo quattro anni e nessuno di loro mi aveva mai messa davanti a delle parole scritte, per insegnarmi a leggere. Lo disse alla suora dell’asilo che, incredula, provò a mettermi davanti a un libro. “Sara sa leggere. È incredibile. E nessuno le ha insegnato come fare! Vedrai quanto leggerà, la tua Sara”. Quella suora aveva già capito tutto di me. E poi le elementari. La maestra Carla, insegnante di lingua, ci diede un compito in quinta elementare: tenere un diario segreto. Ci scrivevo qualsiasi cosa mi capitasse e mi riguardasse. Era divertente rivolgersi a quel quadernetto azzurro come a un amico a cui potevo confidare tutto, senza aver paura di essere giudicata. Quello che era nato come semplice compito scolastico, si era appena trasformato in una piacevole abitudine. Che non ho mai perso. Continua tuttora. Perché, oltre a leggere le storie degli altri (reali o di fantasia che siano), a me piace l’idea di poter rileggere e rivivere la mia storia. È così che ho iniziato a scrivere. Ed è così che ho capito di non poterne fare a meno. Perché io mi sento viva soltanto quando impugno la mia penna blu fino a che il mio callo dello scrittore inizia a farmi male.

Quanto tempo fa hai scritto il tuo romanzo, e quanto vi hai impiegato?
Iniziai la stesura nel 2008 e la completai nel 2012. La trama e le scene principali sono nate nel 2008, ma non mi sentivo abbastanza matura per riuscire a stenderle al meglio. Sentivo di dover crescere, per poter sostenere questo tipo di storia.

May, la protagonista. Come l’hai concepita, come la vedi?
Sono molto affezionata alla mia piccola May, ovviamente. È la mia eroina, e la amo anche se è piena di difetti. Anzi, la amo soprattutto perché è piena di difetti. Perché, da lettrice, sono piuttosto stufa di trovarmi ad avere a che fare con personaggi sempre perfetti. Caratterialmente è molto simile a me. Sono una ragazza che si esprime praticamente solo utilizzando il sarcasmo, quindi mi è venuto più che spontaneo far dire a May tutte quelle battutine taglienti. È nel mio modo di fare, purtroppo (o per fortuna, dipende dai punti di vista). Per esperienza personale so che questo tipo di atteggiamento può renderti estremamente stimabile da alcuni, ma tremendamente detestabile da tanti (soprattutto quando le battutine taglienti le sfoderi nei momenti inopportuni. Come faccio io e come fa anche lei). Lo stesso dicasi per la freddezza, il cinismo e il calcolo razionale. Fanno parte di me (sia della me ventenne che scrive ora, sia della quattordicenne che aveva iniziato il romanzo), del mio carattere, ed è stato praticamente automatico per me riversarli in lei. C’è un motivo se ho scelto una ragazza ricca. La trama lo esigeva. Per poter fare tutto quello che ho scelto di farle fare, i soldi dovevano esserci. (Il milione non è una cifra casuale: so che esiste un programma televisivo in cui adolescenti ricchi e viziati organizzano il loro diciottesimo compleanno e spendono cifre assurde, anche milioni). Inizialmente lei è una ragazzina innocente, che ha un fidanzato ma non è mai andata oltre al bacetto. Non si sogna neanche lontanamente di andare a letto con qualcuno, per di più con un altro uomo! Ed è questo il fulcro del romanzo: il cambiamento di May.

Ho notato una grande attenzione all’aspetto, come dire, estetico della vita, esemplificato dalle lunghe e interessanti descrizioni del guardaroba dei personaggi. Lo ritieni un aspetto caratteristico della tua narrativa?
Sono convinta che gli abiti dicano molto del carattere delle persone. Prendiamo il mio guardaroba. Contiene pochissimi vestiti, tutti neri, di una taglia in più, consumati e vissuti. Parla di una ragazza che odia il suo aspetto fisico, che lotta da tempo per cambiare, ma che ancora non ha ottenuto dei risultati definitivi; di una persona insicura, che non vuole attirare l’attenzione con abiti colorati e vistosi, ma che si sente protetta in una felpona nera; di una che odia lo shopping e che, se potesse, non entrerebbe mai in un negozio a comprare abiti nuovi. Con questa convinzione ho dato particolare spazio agli abiti di May. È una ragazza che si ritrova a condurre due vite parallele completamente diverse. Due vite che non solo si manifestano in comportamenti quasi opposti, ma anche nello stile sfoderato nelle diverse situazioni. Il cambio d’abito per uscire dalla sua reggia (simbolo della sua vita perfetta) e spostarsi nell’appartamento di M (simbolo, invece, del suo peccato) è essenziale: è come se stesse indossando una maschera, necessaria per interpretare questo nuovo ruolo, così diverso da ciò che lei è sempre stata ma che, alla fine, le si addice di più.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione? Hai un immaginario preciso a cui attingere? C’è qualche prodotto di intrattenimento in particolare che ti ha ispirata?
M121 è nato da una canzone (Mello Team – A B C, ndr). Stavo passeggiando ascoltando questa theme song, una canzone instrumental dedicata ad un personaggio di un anime. Nella mia testa si è creata un’immagine. Era così bella che ho dovuto correre a casa a descriverla. Più mettevo nero su bianco quell’immagine, più si aggiungevano particolari. Era appena nata la mia prima scena. Mi piaceva così tanto che pensai fosse uno spreco lasciarla così, senza una cornice intorno. E fu così che inventai tutta la trama di M121. Mi sono ispirata al personaggio a cui è dedicata questa canzone, chiaramente. Ma il resto è tutto frutto della mia fantasia.

Cosa rappresenta un titolo così misterioso come M121?
Ha un significato, per me. Visto così, sembrerebbe piuttosto scontato. M è il nome del co-protagonista e 121 è il numero del suo appartamento. In realtà, non è il titolo ad adeguarsi a queste caratteristiche della trama, ma l’esatto opposto. Non è un caso se i personaggi principali hanno un nome che inizia con la M. Nel mondo dei fumetti giapponesi (anche se, in realtà, adesso funziona così per qualsiasi cosa, siano romanzi, fumetti, telefilm e chi più ne ha più ne metta), quando due personaggi hanno una relazione si scrive nome personaggioXnome personaggio. Quindi, nel nostro caso, MayxM o MayxMark. MxM. La M, nell’alfabeto italiano, corrisponde al numero 11. 11×11, dà 121. Dodici e ventuno, numeri le cui cifre, sommate, danno tre. Le tre M del mio romanzo. Forse, agli occhi di un esterno, come spiegazione può risultare un po’ stupida, ma a me piace parecchio. Ho sempre bisogno di dare più di un significato alle cose che faccio, e non potevo evitarlo nel titolo del mio romanzo.

Quali pensi che siano le peculiarità, i punti di forza, il pubblico ideale del tuo romanzo?
Amo molto leggere. Praticamente vivo in libreria. Ultimamente ho come l’impressione che vengano pubblicati romanzi sempre uguali, con storie e personaggi triti e ritriti. Ci sono le storie un po’ dark con i vampiri, sulla scia del successo di Twilight, ci sono le avventure fantasy che ruotano attorno a viaggi infiniti, un po’ come Il Signore degli Anelli, ci sono le biografie di qualsiasi personaggio d’attualità e poi ci sono i romanzi erotici, per i quali dobbiamo ringraziare lo spaventoso successo delle Cinquanta Sfumature, che ci ha intasati di storie praticamente identiche. Io volevo qualcosa di diverso, di nuovo, per me stessa. Non mi piace seguire le mode. Tendo a essere contro corrente. Sono bastian contrario per antonomasia. Tutti mettono una protagonista un po’ bruttina, sfigata, incapace e che comunque attira l’attenzione del più bello della scuola (fantascienza, direi)? Bene. La mia protagonista sarà bella, ricca, forte e determinata, capace di reggersi da sola sulle proprie gambe. Ma umana, che pecca di presunzione e cade in errori stupidi, tipici della sua giovane età. Non mi piacciono le storie eccessivamente scontate e io, nel mio piccolo, ho cercato di non cadere in troppi cliché. Un esempio? Lei che ama lui, e tu lo sai perché per un’infinità di capitoli non fa altro che parlarti dei suoi sentimenti per lui, sbuca un nuovo pretendente, lei cede subito e se ne innamora all’istante. Anche la mia storia segue questa linea e arriva alla stessa conclusione. Ma io ho cercato (e spero vivamente di esserci riuscita) di descrivere passo per passo gli sviluppi nella relazione dei due protagonisti, M e May, arrivando gradualmente a eliminare Mark dalla sua vita. C’è una storia, dietro. Non è immediato. Il che, secondo me, rende il tutto più apprezzabile. Punto molto sulla caratterizzazione dei personaggi. Non mi basta leggere “lui era bellissimo e fantastico”. Ed è per questo che io dico perché lo trovo bellissimo e fantastico. Mi incuriosisce molto il linguaggio non verbale, e ho cercato di sfruttare le nozioni che ho raccolto studiando un po’ l’argomento per poter caratterizzare, nonostante l’uso della prima persona, altri personaggi oltre alla narratrice/protagonista, solo sfruttando le loro espressioni facciali e i loro atteggiamenti.

Reputo M121 una storia coinvolgente, emozionante, intrigante, a volte commovente e in alcuni punti anche ironica e divertente. M, in particolare, è un personaggio che amo tantissimo per la sua ironia, il suo essere sfacciatamente irrispettoso e irruente, autoritario quando serve, ma faccia da schiaffi per il resto del tempo. Non vorrei risultare eccessivamente ripetitiva, ma anche lui non è il “solito cattivo”. Con questo tipo di caratteristiche, ritengo che M121 sia una storia che potrebbe interessare principalmente a un pubblico di adolescenti e di giovani adulti, e non per forza solo del gentil sesso (anche se credo che il pubblico femminile sia più facilmente raggiungibile, visto il punto di vista con cui è scritto e i contenuti sentimentali). Sarò di parte, ma per me è stato impossibile non affezionarmi a ognuno dei personaggi. Spero che riescano a ritagliarsi un piccolo spazio nel cuore di ognuno dei miei lettori. Niente mi renderebbe più felice.

(Intervista a cura di Daniele Pollero)

Dal 7 ottobre M121 sarà disponibile in tutti i maggiori store e librerie on line. Non siete curiosi?

Una giovane promessa della narrativa italiana: Sara Belotti e il suo “M121”
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