Tra preparazioni di ricette, gare gastronomiche e talent show, i programmi dedicati alla cucina hanno letteralmente invaso i palinsesti: mai come in questo periodo appare chiaro come l’alimentazione sia un elemento tanto importante e pervasivo nell’esperienza quotidiana. Oltre a questo può avere una tale forza evocativa che è pressoché impossibile trovare un’opera letteraria che non abbia una qualche relazione con il cibo. Da sempre vi è un legame significativo fra il cibo e la scrittura, la musica e il cinema: molto spesso il cibo è fortemente presente fra le pagine di un romanzo, nelle note di una canzone, nelle scene di un film.

In una delle pagine più celebri e citate della letteratura, il sapore e il profumo di una madeleine, grazie a un’improvvisa e travolgente sinestesia, riportano alla memoria di Marcel Proust la sua infanzia. Questa sensazione, e la necessità di trasformarla in scrittura, dà origine all’intero ciclo di Alla ricerca del tempo perduto, un romanzo dove le pagine legate al cibo sono assai numerose e intense: basti pensare al ruolo centrale di Francoise, la cuoca della zia Léonie, alla passione per il gelato di Albertine, a quella di Odette de Crécy per il cioccolato, e alle dettagliate descrizioni del ricevimento in casa di Mme de Villeparisis e del pranzo dalla duchessa di Guermantes. La madeleine proustiana può certamente esemplificare la complessità delle reazioni tra la letteratura e il cibo, ma non è un caso isolato.

Un altro grande romanzo che apre il Novecento letterario, l’Ulisse di Joyce, inizia illustrando i gusti del protagonista Leopold Bloom, certo meno raffinati di quelli di Proust: «Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica».

Tuttavia la simbiosi di parole e sapori non è frutto della modernità: basti pensare, tra i capolavori della letteratura antica, all’Odissea, che illustra ed esemplifica il variegato e complesso rapporto tra letteratura e cibo.

Nel corso dei secoli questi intrecci si sono ulteriormente arricchiti, tanto che è possibile immaginare una molteplicità di percorsi di lettura sul tema dell’alimentazione.

Si potrebbero elencare i libri costruiti intorno a un pranzo, dal Simposio di Platone alSatyricon di Petronio, con la cinquantina di portate della cena di Trimalcione, dal testo teatrale di José Bergamin Los naufragos (che ha ispirato il film di Luís Bunuel, L’angelo sterminatore), a Trappola per topi di Agatha Christie. I drammaturghi prediligono i banchetti di nozze, soprattutto in atti unici come Le nozze di Cechov, La cimice di Majakovskij o Le nozze piccolo borghesi di Brecht.

La sontuosità delle tavole ricche genera virtuosismi descrittivi e preziosità barocche nelle pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e dei Buddenbrook di Mann.

Il cibo inoltre può diventare la chiave per esplorare inquietudini e insoddisfazioni attraverso luoghi e sapori carichi di echi simbolici. In Kitchen (1988) Banana Yoshimoto racconta il proprio disagio giovanile fin dalla prima frase: «Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…» Nel racconto Fragola e cioccolato (1990), Senel Paz denuncia le difficoltà dei gay nella Cuba di Fidel Castro. Le quattro protagoniste di Mangiami (1996) dell’australiana Linda Jaivin coniugano fantasie erotiche, humour paradossale e piaceri del palato.

Giulia Di Re

Articolo pubblicato su Tigullio News del 30/03/2015

Cucina e letteratura: le letture per un’arte quotidiana
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