Finalmente questo grande progetto è pronto: un bellissimo testo sul teatro a Genova nella prima metà dell’800. Un grande progetto per noi, ma anche per l’autore, Armando Fabio Ivaldi, che ha dato anima e corpo nella stesura dei suoi quattro saggi e nella ricerca delle immagini più adatte contenute al loro interno. Quest’oggi ve lo presentiamo attraverso la nostra classica intervista, ma badate, Armando è molto più di questo…

Chi è Armando Fabio Ivaldi?

Questa domanda mi mette a disagio, è come mettersi in vetrina e giocare a chi le spara più grosse per fare colpo e poi è tutto scritto nell’e-book. A che serve allora avere un sito e molte pubblicazioni? Ci vuole un po’ di coraggio per l’ipotetico lettore: andare su www.operadance.com o sul sito della Società Italiana di Musicologia con il mio nominativo ed ecco apparire, con l’età e la mia formazione, il mio vissuto di saggista nel settore della storia dell’opera e della scenografia (con una foto abbastanza recente in quel di Firenze al Bar Rivoire, dove il conte Negroni inventò e lanciò l’omonimo aperitivo), fino al 2014. Per gli anni successivi vale l’ormai fatale formula “in corso di pubblicazione” perché le case editrici, soprattutto italiane, sono ancora affezionatissime al cartaceo e i finanziamenti che all’inizio si sono in qualche modo trovati, si perdono poi per strada, di rado quella giusta.

Come la passione per l’Arte ha influito sulla sua vita?

L’ho assimilata in famiglia anche se in modi diversi da parte materna e paterna. Forse ha influito di più il fatto che negli anni ’30 mia madre, nonostante le origini aristocratiche della famiglia di mio padre, era una donna dal carattere forte, assolutamente anticonformista per quei tempi. Tanto da diventare, nel giro di breve tempo, una modista piuttosto rinomata con un atelier di cappelli che ancora esiste in pieno centro a Genova. Ha del miracoloso considerando le distruzioni della seconda guerra mondiale. Fra l’altro, una volta cresciuto quanto bastava, mi raccontava sapidi pettegolezzi sulla clientela femminile dell’alta società genovese che frequentava l’atelier e arrivava con chauffeur in Bugatti o Isotta Fraschini. C’è un’altra suggestiva immagine, nata sempre dai racconti di mia madre, che stimola ancora oggi la mia fantasia, come segno di fine intuito e raffinatezza insieme. L’ingresso dell’atelier era costituito da un’unica vetrina, con vetrata concava, foderata sul piano d’appoggio a mezza altezza di velluto color blu di Prussia, mentre una tenda di pizzo finissimo, sorretta da un asse di ottone, nascondeva dalla strada la vista dell’interno. Al centro di questo piano, un grande cobra in bronzo dorato faceva mostra di sé ma solo per pochi momenti. Sulla sua testa appiattita veniva cambiato un cappello ogni ora: dai feltri di Borsalino ai cappelli a tesa larga secondo la moda delle dive hollywoodiane del cinema. Poi c’erano le descrizioni delle scatole di piume e altri accessori che provenivano da rue de la Paix, a Parigi, che costituivano per me una sorta di favola magica. Si trattava di un tempo che non mi apparteneva, perché non ero ancora nato, ma proprio per questo mi attraeva e mi affascinava anche di più. Attribuisco a questo la fortissima fascinazione che Parigi ha sempre esercitato su di me. Pur avendo contatti e amicizie fin dall’adolescenza, sono riuscito ad abitarvi, vicino alla vecchia Sorbona, solo nel 1989 ed è stata per me un’esperienza insostituibile oltre che formativa. L’arte, nelle sue manifestazioni più e meno alte, ha influito su di me a cominciare dall’infanzia e direi proprio da quegli antefatti della vita materna che ho raccontato, forse perché non miei, non appartenenti al periodo vissuto insieme. Mi attraevano inoltre molti aspetti dell’arte, prima che le scelte di vita restringessero gli orizzonti, ma mi piaceva soprattutto sperimentare, mettermi alla prova. In genere ottenevo sempre ottimi risultati perché, come diceva il mio trisavolo che a Parigi abitò ben prima di me, sapevo “dirigermi nel senso delle cose”. Mentre intanto approdavo alla scrittura come ennesima prova o piuttosto ricerca della mia verità, anche se non ho mai amato chi mette barriere, mi laureavo quasi tre volte, pubblicavo saggi su opera e scenografia, giravo per l’Europa prima che l’Europa nascesse (meglio senza dubbio, almeno nel ricordo, quella conosciuta prima), e l’arte, nel senso più ampio del termine, ovvero il desiderio di conoscere, era intanto diventata, senza quasi me ne accorgessi, la mia guida, il mio modo di essere e il mio modo di vivere.

Da cosa nasce l’esigenza di comporre un’opera sul teatro a Genova durante gli anni della Restaurazione?

Da molti anni, studiosi diversi e semplici appassionati, mi hanno spesso sollecitato a scrivere non soltanto saggi su opera, scenografia e ballo a Genova, ma un libro vero e proprio, alla vecchia maniera. Ricordo di aver sempre risposto che quelli migliori non si scrivono. Poi, quasi tre anni fa, un lutto che ancora mi segna profondamente ed insieme una promessa, mi hanno portato a questo passo. Direi però a metà: si tratta infatti di quattro saggi con il filo conduttore della Restaurazione e della storia di Genova fra arte, politica e teatro. Non è un qualcosa organicamente strutturato, ma forse si legge meglio: ogni saggio è un’altra storia nella storia. C’era poi un debito, tutto mio, che volevo riconoscere apertamente ancora una volta: l’affetto per Firenze, città che mi diede e mi dà ancora sempre molto, e alcuni nuovi amici (altri purtroppo non ci sono più) che mi strigliano per bene quando, unica genovesità inconsapevolmente rimastami, mugugno o mi lamento troppo (per loro, s’intende), perdendo di vista “l’andare nel senso delle cose” e il non fare “ciò che mi piace”.

Teatro a Genova - A. F. Ivaldi

Quali sono state le difficoltà nel redigere un’opera come questa?

Collegare insieme i saggi, modificarli, evitando (me lo auguro per quanto possibile) ripetizioni, aggiornare la bibliografia, scoprendo di essere sempre impaziente e incontentabile.

Come si è sviluppata la ricerca per scrivere i quattro saggi di cui l’opera è composta?

È stata una scommessa con me stesso, un debito di affetto e di riconoscenza, come ho già detto, e un caso al tempo stesso.

Qual è stata e qual è ad oggi l’importanza del Teatro in Italia e in particolare a Genova?

Di Genova non parlo (non ci parliamo da almeno trent’anni in una forma di divorzio direi consensuale, salvo fugaci tentativi di contatto di cui mi pento quasi subito), pur avendo scritto molto sulla storia dello spettacolo di questa città e dove pure sono nato, ma mai riuscito ad integrarmi. Mi sento fiorentino di adozione e di spirito, ma soprattutto europeo. Andare a Parigi o Berlino o Vienna è per me come essere a casa, forse un po’ meno a Londra. Se per situazione italiana s’intende quella culturale nel mio settore di ricerca e studio, storia dell’opera e della scenografia appunto, direi che le piccole oasi dove si lavora seriamente e spesso a proprie spese sono sempre meno e assolutamente in periclitante esistenza.

Perché la scelta del formato digitale, innovativa per questo tipo di pubblicazione?

Pur appartenendo alla generazione della Olivetti lettera 32 (ne ho sfasciato quattro o cinque) e del cartaceo, credo che, anche perché i finanziamenti mancano ormai in modo cronico in tutti i settori, ci si debba ormai orientare in questa direzione. In Europa, e non solo, l’hanno capito da almeno un decennio.

Cosa si aspetta dalla pubblicazione di quest’opera?

Nulla mi aspetto, direbbe un fiorentino. Era tempo che questo viaggio terminasse per iniziarne un altro. Mai la vittoria della routine sulla creatività: è vero che è meglio non sovraccaricare la mente in modo univoco e in senso ampio, perché questo può portarci a dare per scontato quanto ci circonda e quasi a non vederlo più. Accade del resto anche con le persone. Non si vuole vedere quello che conosciamo, perché si sa già, e meno ancora vogliamo vedere i cambiamenti per non prenderci il disturbo di cambiare i nostri schemi mentali. Come dire, anche se non ho figli: chi davvero si rende disponibile a osservare ciò che loro vedono, vive il lusso di una nuova infanzia arricchita dall’esperienza. Va mica bene fare le valigie per un “voyage autour de sa chambre”.

Intervista a cura di Annalisa Panesi

Armando F. Ivaldi: una vita con l’Arte, una vita per l’Arte
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11 pensieri su “Armando F. Ivaldi: una vita con l’Arte, una vita per l’Arte

  • 24 Aprile 2016 alle 8:03
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    Magico Fabio !
    E un piacere leggere queste sue parole . Riscoprendo l amico che da tanti anni condivide parte dei ” casi della mia vita ”
    Bravo amico mio

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  • 28 Aprile 2016 alle 17:39
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    Incanto….
    E’ questa la parola che meglio descrive Fabio….. sì perchè, quando Fabio regala un pò della sua cultura attraverso i suoi racconti, a volte anche personali, si rimane rapiti e affascinati e si comprende la grande passione che mette in tutto ciò a cui si dedica.
    Leggerlo è, se possibile, ancora meglio perchè consente di entrare appieno nel suo mondo senza perdersi nemmeno una virgola o una sfumatura.
    Grande Fabio….
    Non sarò mai stanca di ascoltare e leggere i tuoi ” viaggi nella creatività ” ………

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  • 29 Aprile 2016 alle 22:42
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    Fra le righe si scorge l’amore per l’ arte e l’ innata raffinatezza che caratterizzano Fabio Ivaldi ; scrittore perspicace e uomo dalla pungente battuta pronta che ha saputo offrire un eccellente contributo agli amanti della cultura.

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  • 4 Maggio 2016 alle 21:43
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    Che piacere! Un’intervista caratterizzata da vivacita,eleganza,da quell’ironia a cui pochi arrivano perché pochi sono liberi.Chapeau all’autore e alle piccole case editrici,officine di ricerca culturale.Dove esprimere talento e fatica non prevede il ruolo di caudatari di – pigmei – ottusi e potenti

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  • 5 Maggio 2016 alle 23:22
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    Piacevole leggere la tua intervista, sembra già in libro! Ciao. Beatrice

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  • 9 Maggio 2016 alle 17:59
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    Unico!! Riesci sempre a coinvolgermi creando immagini con le parole

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  • 13 Maggio 2016 alle 16:40
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    Penso di appartenere ad una generazione testimone della fine di un’epoca e mi chiedo: cosa porteremo, o meglio porteranno, nella prossima? Cosa sarà conservato e cosa no? Ecco, la cultura e il rigore dello storico Ivaldi, ne sono certa, appartengono a quella piccola parte del nostro mondo assolutamente da conservare. Se poi verrà lasciata ai posteri a mezzo Lettera 32, e-book o qualche “nuvola” che verrà, poco importa….

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  • 19 Maggio 2016 alle 10:29
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    Bravo!!! Mi hai fatto venir voglia di entrare in una storia da film; di quelli dove entri in libreria, senti il cigolio della porta e l’odore della carta consumata già da un po’.

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  • 23 Maggio 2016 alle 22:58
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    Benedetto Croce dice……. Io dirò subito nel modo più semplice, che l’arte è visione intuizione. L’artista produce un’immagine o fantasma; e colui che gusta l’arte volge l’occhio al punto che l’artista gli ha additato, guarda per lo spiraglio che colui gli ha aperto e riproduce in sé quell’immagine….
    Grazie Fabio

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  • 2 Giugno 2016 alle 6:56
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    Grande piacere nel leggerti, Fabio, e ritrovare quella leggerezza elegante della tua persona, del tuo racconto e della tua aura. La memoria della mamma è grandiosa, poche righe e hai riempito il mio studio di suggestioni femminili e del tuo sogno bambino.
    E’ così che si tessono legami fra gli umani e si condivide il vivere …

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  • 2 Giugno 2016 alle 16:41
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    Congratulazioni Fabio! Un bel tuffo nella nostra memoria. Grazie!

    Rispondi

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